Extended Mind
cog in action!

From tought to action

Come si diceva nel precedente post, la scienza non smette mai di stupire. Nell’ultimo numero di Nature, infatti, viene presentato un articolo che rappresenta, allo stesso tempo, la chiusura di un ciclo e l’apertura di una nuova era.
Non è cosa recente, infatti, l’idea di potere ripristinare una funzione (uditiva, visiva o motoria) agendo direttamente sui centri cerebrali specifici. Si cominciò negli anni sessanta con la protesi neurale applicata alla coclea, una tecnica perfezionata fino ai giorni nostri e che permette a più di 100.000 persone in tutto il mondo di potere ascoltare. Un altro campo di applicazione delle neuroprotesi è il recupero delle abilità motorie. E qui il discorso si fa più interessante. Danni alla spina dorsale, come si sa, rendono la persona incapace di muovere gli arti, ovviamente a seconda di dove viene colpita. Ma la spina dorsale è una “via” che invia e riceve soltanto (si fa per dire) i segnali da un organo, il cervello, che non risente minimamente delle lesioni spinali. Dunque, teoricamente, sapendo che ogni aspetto del movimento viene pianificato, organizzato e , in pratica, effettuato a livello cerebrale, non è peregrina l’idea di sviluppare una tecnologia in grado di “leggere” i segnali cerebrali provenienti dalla corteccia motoria, decodificarli tramite un algoritmo, e inviarli ad una protesi esterna, bypassando così la lesione. Si diceva “teoricamente”, ma è ciò che da anni si sta tentando di fare. E oggi questo sogno (mi si permetta l’espressione enfatica…) è diventato realtà; e Nature, come si diceva, ci dà notizia di quello che ritengo essre l’inizio di un nuovo ciclo: dalla teoria alla pratica. Viene riportato il caso di Matt Nagle, paralizzato dal collo in giù, il quale, grazie al sistema Braingate, riesce ora a comandare un cursore sullo schermo di un computer o aprire e-mail. Tutto grazie all’innesto di un microprocessore dotato di un centinaio di elettrodi e che gli è stato impiantato nella corteccia motoria primaria. Questo, dopo un training di pochi minuti, è in grado di rilevare l’attività neurale che organizza il movimento della mano, e invia i dati direttamentae al computer. Matt, quindi, non deve fare altro che immaginare di spostare con la mano il cursore che appare sullo schermo per far sì che il cursore effettivamente si muova! John Donoghue, capoccia della Cyberkinetics e primo autore dell’articolo, afferma che la strada è comunque ancora lunga. Innanzitutto vi sono dei problemi fisici non indifferenti: il paziente ha una spina attaccata alla testa, e questo non è comodo; il segnale non sempre è perfetto, anzi. Insomma, bisogna fare delle migliorie non da poco, ma hanno tutti il cuore colmo di fiducia. E poi… e poi… C’è bisogno di chiudere il loop; cioè, se è vero che è possibile sognare una tecnologia che colleghi un arto artificiale direttamente alla corteccia e che quest’ultima sia in grado di farlo muovere, è necessario che l’arto invii segnali di feedback sulla propria posizione, istante per istante: solo così l’opera sarà completata. Ma le idee, a questo proposito, sono poche e confuse… Questo e altri problemi, comunque, nulla tolgono all’alto valore della tecnologia realizzata dalla Cyberkinetics.

Per saperne di più:

la letteratura a riguardo è vasta, ma l’articolo pubblicato su Nature, dunque il più recente (e,forse, in assoluto il più esauriente) è FREE ACCESS…approfittatene!

State Benone

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